Spedizione Fotografica in Islanda

 

L'appuntamento è per la sera di venerdì 4 ottobre, il nostro bagaglio è fatto esclusivamente di abbigliamento tecnico ed attrezzatura fotografica. Siamo equipaggiati per una settimana che ci vedrò cacciatori di aurora boreale ma anche viaggiatori in una terra lontana.

Credo di essere preparata al fatto che lassù le forze della natura sono sempre in primo piano ma non ho ancora idea di quanto siano vere queste parole.

 

 

Partecipano  insieme a me nell’avventura, in ordine alfabetico, Filippo appassionato estimatore di quest’Isola lontana, Gabriele ideatore ed organizzatore  insieme a lui della spedizione, Lisa, Lorenzo, Marina, Michele, Manuel appassionati ed avventurosi viaggiatori e fotografi.

 

Dopo la notte insonne passata all’aeroporto di Milano Malpensa e una sosta a Londra, nel primo pomeriggio atterriamo all’aeroporto di Keflavik. Eccoci in Islanda, finalmente arrivati. L’isola ci accoglie abbracciandoci con il suo vento gelido, una corsa alle macchine che proprio per ripararci tralasciamo di controllare accuratamente  e via, verso  il sud dell’isola.  Imbocchiamo subito la N1 strada statale circolare che attraversa ad anello l’isola e che noi in sette giorni percorreremo tutta.

 

Ancora tre ore di viaggio ci aspettano per raggiungere la prima tappa. Lasciato l’abitato di Keflavik e l’unico semaforo che incontreremo in questa settimana,  in pochi minuti ci ritroviamo nell’Islanda che cerchiamo. Vedute di pecore, cavalli, cascate e lava ricoperta di muschio ci accompagneranno nei 2.500 kilometri che prevediamo di fare. Una veloce sosta nella città di Hella per l’approvvigionamento di acqua e cibo e nuovamente sulla strada nazionale.

Arriviamo stremati e quasi alle porte del villaggio di Vik, giusto in tempo per il tramonto davanti al promontorio di Dyrhólaey, il vento e la pioggia tagliente non ci permettono  purtroppo nemmeno di aprire i finestrini.
Andiamo alla ricerca della struttura che ci ospiterà questa prima notte islandese. Quattro container accoglienti più di quanto  la vista esterna ci faccia immaginare ci danno riparo per la notte. Divido il mio con Lisa.  Il bagno ha solamente wc e lavandino, la doccia insieme al locale cucina è fuori. Mi lavo alla meglio nel piccolo lavello ed arrivare ai piedi equivale ad una sessione di yoga. Insieme a Marina e Filippo rinuncio alla cena, preparo un intruglio con tutti gli antifebbrili che mi sono portata dall’Italia con la speranza di scacciare il terribile raffreddore col quale sono partita mentre il restante gruppo affamato  va alla caccia di un posto in cui mangiare. Un’insalata pagata 10 €  fa capire quanto cara sia per noi italiani la vita qui sull’Isola, per fortuna l’acqua servita a tavola è gratis! Non così quella venduta al supermercato dove  una bottiglia da 0.5 litro costa l’equivalente di 2.50 euro.

 

Il mattino dopo all’alba andiamo sulla spiaggia di Reynishverfi il solito vento in questa spiaggia lunga, nera e silenziosa è più gelato di quanto possa immaginare. Sto decisamente meglio ma fotografo poco e male, lo scoraggiamento mi  prende, come faccio a stare una settimana così? Per un momento, un singolo attimo penso perfino a chi me l’ha fatto fare, non so se sarò in grado di reggere a questo vento gelido che quando è accompagnato dalla pioggia mi risulta quasi insopportabile.  La vista di una foca nel mare gelato mi rincuora, sembra curiosa, mi piace pensare  ci sia venuta a salutare, è quello che mi serve per non perdermi d’animo e cominciare a far del mio meglio per iniziare a realizzare lo scopo del mio viaggio, scoprire attraverso gli occhi e la fotografia questi panorami sconosciuti.  
Abituata al mar ligure in realtà la testolina che sbuca dalle onde all'inizio mi pare un tronco galleggiante, mi perdono da sola per questa cantonata… dopotutto è la prima volta che vedo una foca!

I pinnacoli a sinistra della spiaggia svettano neri nell’oceano vicino a riva, tento di avvicinarmi  ma paiono distantissimi, arrivo fino ad una scogliera formata da colonne di basalto a forma esagonale, ho letto che questa forma insolita è data dal raffreddamento della lava a contatto con l’acqua del mare. l’arco visto ieri sera dall’alto è dall’altra parte opposta della spiaggia qui è ancora più distante, perfino con lo sguardo si fatica a raggiungerlo talmente  è forte il vento che arriva da quella direzione.

Proviamo ancora a conquistarlo ma come la sera precedente siamo impossibilitati ad uscire dalla macchina e ci accontentiamo di vederlo da lontano, per un’ultima volta così, maestoso e per noi inavvicinabile. 
Ho letto che Vik è il posto più piovoso di Islanda, non so se sia sempre così, ma da quanto abbiamo vissuto non possiamo certo negarlo!

Il tempo all’improvviso migliora, ci permettiamo una veloce perlustrazione dall’alto alla spiaggia nera per poi tornare indietro di qualche decina di chilometri fino alla cascata Skógafoss, il programma era di fermarci la sera prima per il tramonto ma il tempo avverso ci aveva fatto proseguire oltre.

Finalmente spunta il sole, la riprova di quanto letto e raccontato da Gabriele e Filippo, il tempo qua in Islanda è molto più variabile di quanto questo termine, nelle nostre abitudini, possa descrivere.

La cascata si getta da un altezza di 62 metri e si specchia in un laghetto di fronte creando un’immagine speculare perfetta. Chi si sistema di fronte a lei fermando nelle immagini il corso dell’acqua con l’aiuto dei filtri, chi come me si spinge lassù fino in cima dove il piccolo corso d’acqua crea altre piccole cascatelle. Mi faccio coraggio e attraverso, da sola, un piccolo sentiero che mi porta vicinissimo alla cascata, quasi nel punto in cui l’acqua si getta giù. Sono un po’ a disagio, non amo trovarmi così in alto su un sentierino stretto e scivoloso ma è talmente tanta la voglia di vedere com’è che mi faccio coraggio e vado avanti. Scatto, ma come tutte le volte che non sono a mio agio non riesco a catturare con la macchina quanto vedo davanti a me.
Alla fine ci ritroviamo tutti, foto di gruppo e si riparte. 
A questa cascata è attribuito un potere magico, pare che chi si bagni nelle sue acque possa ritrovare un oggetto perduto e a lungo cercato, ora non so dire se sia vero certo è che chi tra i numerosi fotografi passi di qui ed abbia perduto un filtro polarizzatore da 77 mm di certo troverà il mio….

Abbiamo dedicato tanto tempo a questa sosta, bisogna correre per raggiungere la prossima tappa. La N1  attraversa un deserto di sabbia e lava nera, a tratti spoglio, a tratti ricoperto di muschio, raggiungiamo il centro visitatori Skaftafell ai piedi del ghiacciaio Svínafellsjökull, le lingue del ghiacciaio arrivano quasi a bordo strada alternando la vista tra il nero lava, il verde muschio ed il bianco immacolato.

Il programma prevede di raggiungere le cascate di Svartifoss per gli scatti del tramonto, il tempo inclemente ci permette soltanto di dare un occhiata al centro visitatori dove leggiamo di una spedizione dispersa e dedichiamo un po’ di tempo a vedere le immagini affascinanti appese alle pareti. Perdersi e morire qui dev’essere spaventoso.    

Ripieghiamo verso una piccola laguna di ghiaccio, è una meraviglia, sembra il paese della favola di H. C. Andersen “la regina delle nevi”, mi incammino sul ciglio di quello che immagino sia il bordo di un vecchio cratere e cerco lo scatto che possa trasmettere l’emozione che provo in questo momento. Un rumore lontano mi fa tornare coi piedi per terra, dapprima è un suono distante, poi sempre più vicino e potente, mi giro verso la direzione del rumore e vedo tre persone, che corrono verso la parte del nostro gruppo rimasto a valle, sento parole concitate in inglese, torna il silenzio e l’acqua forma anelli concentrici dove evidentemente è caduto il ghiaccio. E’ stato così improvviso che non so nemmeno se ho avuto paura, certamente disagio che ora si è allontanato con il rumore. Torno indietro e capisco che chi correva erano tre dei nostri, Filippo, Lisa e Marina.

Con loro ancora spaventati risaliamo in macchina, Lisa è parecchio scossa ma una messaggiata ai familiari a casa la rimette fortunatamente in pace.

Proseguiamo per Gerdi, minuscolo villaggio che ci ospiterà per due sere, qui divido la camera con Marina e Lisa. Chissà se questo piccolissimo villaggio prende il nome dalla protagonista della favola di Andersen od è solo un caso.
Ceniamo in hotel, dopo una giornata di panini in macchina speriamo in una buon piatto caldo. L’offerta è pollo o trota, la scelta è poco consolante ma la fame tanta, ahimè poco soddisfatta una volta alzati da tavola.

La notte puntiamo la sveglia ogni due ore, per fortuna siamo in tanti e ci alziamo una volta ciascuno, ma l’aurora non è con noi e cominciamo ad essere impazienti di vederla.

 

La mattina pronti prima dell’alba e di corsa alla spiaggia nera sotto la laguna Jökulsárlón famosa perché qui i pezzi di ghiaccio si arenano portati dalle onde, finalmente l’alba è magnifica, i colori del cielo si riflettono sui ghiacci creando incredibili giochi di luce, anche qui una foca ci saluta e poco dopo alcuni di noi ne vedono tre insieme. Mi avvicino fino alla foce della laguna dove gli iceberg sono un poco più grandi. Filippo e Gabriele ci raccontano che a febbraio, alla loro prima visita in questa terra così diversa dalla nostra, li hanno trovati più grandi, forse l’estate ha rimpicciolito i diametri ma per me è una meraviglia comunque.

Proseguiamo verso i piedi del ghiacciaio, le vette sono molto belle, verremo qui per il tramonto. Un pranzetto a base di trota (ancora) in una libreria/museo ci fa conoscere le origini di una famiglia forse fondatrice del villaggio. Il pomeriggio di relax in camera permette finalmente un po’ di riposo che Lisa, Marina ed io dedichiamo ad una bella chiacchierata confidenziale “tra donne”. Ecco un’altra parte del bello di viaggiare, a volte la conoscenza degli abitanti del luogo che ci ospita e a volte la conoscenza delle persone che dividono con noi l’esperienza.

Al tramonto torniamo alla base delle vette ma la luce e il cielo luminoso sono un ricordo del mattino, cerchiamo comunque di tirar fuori qualcosa di buono anche se le vette sono sparite sotto una coltre di nubi basse. Ritorniamo ancora alla laguna, la luce è sempre scarsa ma il ghiacciaio può offrire spunti interessanti. Conosciamo due ragazzi italiani arrivati un paio di giorni prima di noi, ci fanno vedere un’aurora presa dalle 9 alle 11 di sera, ma come?? Noi puntiamo la sveglia e questi sono così fortunati? Appena scesi dall’aereo? Ma non è abbastanza, sul display della loro camera appare la cascata Skógafoss con un bell’arcobaleno, mentre noi subivamo il vento, chiusi in macchina davanti alla spiaggia nera loro si godevano un tramonto così? Una vera ingiustizia.

Prima di cena andiamo a far benzina, i distributori sono pochi e quasi sempre corredati di un piccolo supermercato e fast food, cominciamo a sognare un bell’hamburger succulento ma dopo aver scoperto che nei paraggi non c’è niente ripieghiamo nuovamente verso Gerdi, per scoprire che la libreria/museo offre gli stessi piatti del pranzo ma a prezzi triplicati, e l’albergo la medesima offerta della sera precedente, pollo o trota (si, ancora).

 

Dopo un’altra notte a far vedetta nella speranza che le nuvole lascino spazio alla vista dell’aurora al mattino prendiamo nuovamente la via per la spiaggia di Jökulsárlón. Stavolta parto armata di tele, una foca dev’esser mia, sono convinta che si facciano vedere al nostro arrivo in spiaggia forse perché incuriosite e temo poi vadano via magari infastidite dalla presenza umana. Oppure ci giudicano soggetti poco interessanti, chissà. Appena arrivati ne avvisto una ma la caccia col buio mi dà immagini sfocate, come dice Filippo documentative d’accordo, ma pessime davvero.

All’improvviso scrutando in mare aperto ne vedo in lontananza un gruppetto, su e giù dalle onde cerco di riprenderle meglio. Soddisfatta zoommo sul display mi accorgo che era un gruppetto di uccelli marini posati sull’acqua gelida!! Vabbeh non sono mica una fotografa naturalista!

Cambio obiettivo e mi dedico agli iceberg che regalano belle possibilità di scatto, siamo quasi per andar via e magicamente una foca si avvicina. Ecco la mia occasione.

Dopo colazione, caricate le valigie, andiamo alla scoperta di un paio di lagune vicine ma non sono un granché decidiamo così di proseguire subito per la zona del lago Mývatn. Questo è il trasferimento più lungo, ci aspettano oltre cinque ore di macchina. Attraversiamo la città di Hofn dove si mangiano le migliori aragoste dell’isola, peccato siano solo le 11 ed abbiamo terminato colazione da poco.  Ci fermiamo comunque a fare provviste di acqua e cibo. Un bel piatto di pasta è la ricetta che immaginiamo per stasera.

Costeggiamo un abbastanza interminabile fiordo, anche qui il paesaggio è magnifico. In questo viaggio dovremmo fermarci ogni pochi chilometri perché tutto meriterebbe una sosta, ma il tempo è poco, ci riempiamo gli occhi sapendo che Marina ed il suo fido I-phone riuscirà comunque a prendere buoni scorci seppur dal finestrino. 

All’improvviso ed ancora una volta il paesaggio cambia, ora la costa a tratti mi ricorda quella aspra della Cornovaglia, la vista di cascate e pecore comunque non ci abbandona e ci accompagna fino a quando cominciamo a salire una montagna che ci porterà nel nord del paese. La neve comincia a cadere, la marcia delle auto è rallentata, dovremmo sostare a Námafjall, Hverarönd e Namaskardh ma è tutto rimandato a domani,  ci fermiamo solo un paio di volte a confrontare i dati dei navigatori con le rare mappe che si trovano sulla statale. In una di queste soste devo far pipì. Mi allontano di poco dalla macchina, giusto lo stretto necessario e mi sembra di essere da sola sulla luna, la neve sulla lava rende ancora tutto più irreale, silenzio e vastità sono gli unici aggettivi che trovo in mezzo a questo nulla maestoso.  

Come previsto ci fermiamo per il tramonto alla cascata di Dettifos, nevica ancora, affrontiamo gli ottocento metri nel sentiero di lava imbiancata e vediamo sotto di noi la maestosità della più impetuosa cascata d’Europa. Fermarsi in mezzo al ghiaccio, in questo tempo cupo, con  la potenza dell’acqua che cade è impressionante, decido di fare il mio primo filmato per rivivere queste sensazioni.  Poco prima di andar via mi allontano di pochi metri dal resto del gruppo e mi sembra di essere in un altro mondo, per fortuna pochi passi e mi raggiungono. Brrrr che sensazione trovarsi soli in mezzo al niente!  

Alle 8 di sera raggiugiamo due splendidi cottage che ci ospiteranno le prossime notti. Siamo vicino al lago Mývatn dove pensiamo di scattare la sessione del il tramonto. Mentre ci avviciniamo alla meta il cielo pare schiarirsi, non nevica più da un po’ anche se la strada è tutta bianca, vediamo dalla macchina una nuvola bianca, mentre scendiamo dalla macchina dico che è strana quella nuvola, mi risponde Gabriele “per forza che è strana è UN’AURORA!!!!! E rimaniamo imbambolati a rimirare questo spettacolo del cielo. Il bianco lattiginoso diventa verde, si muove e forma un grosso fumetto, poi una virgola. Che spettacolo, tiriamo fuori le macchine e cominciamo a scattare, gli insegnamenti di Gabriele e Filippo sono preziosi. Siamo entusiasti, scattiamo fino a quando siamo soddisfatti, la serata finisce con un piatto di pasta al salmone, ma non è per questo che la mia anima è felice e non è nemmeno il motivo che ha reso il gruppo più gioioso.

Le prossime due notti di ronda le passerò dividendo il cottage con Filippo, Lisa e Marina. Cena e colazione la faremo tutti qui insieme. Lisa si è rivelata un’ottima cuoca e con la sua arte riuscirà a fare meraviglie con quanto troveremo negli scarni e rari supermercati.

 

All’alba non suona la sveglia, alle 6.30 Gabriele, Lorenzo Manuel e Michele sono già partiti per Godafoss, noi li raggiungiamo più veloce che possiamo ed arriviamo in tempo per l’alba sulla cascata degli Dei. Questa ed il panorama di fronte, un soggetto semplice ma con un’ottima luce sono soggetti di tutto rispetto.

Partiamo alla volta del complesso di solfatare e pozze di fango in ebollizione Námafjall. Certo che i nomi islandesi sono impronunciabili ed altrettanto inscrivibili. Prima una sosta a Grjotagja dove la falda euroasiatica e nordamericana si incontrano, qui una volta ancora mi rendo conto che davvero questa terra conserva intatta dentro di sè tutte le forze che hanno fatto nascere il mondo in cui viviamo. Forze che noi abbiamo dimenticato e che pare risiedano tutte insieme qui, in quest’isola/nazione di soli 300.000 abitanti.

Camminando in un percorso dantesco arriviamo fino alla cima del vulcano Viti, il nome significa “inferno”, salgo, prima da una parte poi dall’altra del cratere. Il panorama è superbo, un altro piccolo cratere da una parte e fumi dall’altra. Scendiamo per il tramonto  nel campo di attività geotermica di Hverarönd,  usciranno immagini interessanti spero, facendo attenzione a dove mettere i piedi scatto cercando di riprendere di ogni cosa il particolare che mi pare migliore, qui è tutto un ribollire, sfiatare, fumare, gorgogliare, sibilare e potrei continuare ancora, è una meraviglia di colori e suoni diversi.

Tornando verso i cottage l’unica cosa che desidero è una doccia, odoro di zolfo non meno del pezzettino che ho preso in mano stamani e che mi si è sbriciolato sotto le dita perché cotto dal calore della terra.

Qui gli orari sono strani, tra insonnia, colazioni ad orari improbabili, pranzi di panini fatti in auto quando la fame chiama tutti i ritmi tornano primordiali, ma è il passo giusto da tenere se si vuole scoprire questa terra, almeno è quanto penso ed è questo che non mi fa pesare la mancanza di sonno e di orari che abitualmente consideriamo normali. Questo vale per me ma credo anche per i miei compagni di viaggio.

La notte, nel pieno del sonno Gabriele bussa alla pota, qualcuno dei ragazzi, forse Michele, si è accorto che c’è l’aurora. Si fa vedere nuovamente qua sopra ai nostri cottage. Dopo cena eravamo tornati alla cascata di Godafoss.  Sarebbe stato magnifico vederla danzare e riprenderla sopra ad uno scenario così. Ma lei si fa vedere quando vuole ed è nuovamente qui che ci regala la sua suggestione.

Scattiamo, il primo piano non è dei migliori, solo la strada innevata ma non importa. Il cielo è ormai libero da nuvole e poco dopo anche i bagliori colorati e danzanti dell’aurora ci lasciano. Mentre metà di noi vanno a letto, i ragazzi rimasti fanno un time-lapse, io troppo eccitata per dormire mi giro a cercare una buona inquadratura caso mai spuntasse di nuovo da questa parte.  Alzo gli occhi per cercare la via lattea e, proprio sopra di me godo di uno spettacolo per il quale ogni aggettivo superlativo sarebbe insufficiente. Il cielo si apre letteralmente sulla mia testa, realizzo allora che tutto intorno a noi è aurora e che se ne và allargandosi lentamente dallo zenit fino all’orizzonte. Per un momento mi incanto a guardarla, poi urlando ai ragazzi di guardare in alto, alzo l’obiettivo al cielo e scatto alla cieca, non so neppure se le impostazioni sono giuste, spero solo di sì, non posso staccare gli occhi da questa meraviglia.

Quando finisce vado a letto felice, controllo il display e vedo che qualcosa è rimasto, baffi colorati attraversano le immagini che sono riuscita scattare. Rimarranno sempre con me a testimonianza di questa esperienza senza precedenti.  

Data la nottata passata, anche se in realtà siamo andati a letto che non era nemmeno mezzanotte, Gabriele decide di saltare per una mattina l’alba e dormire fino alle 8.30. Sarà l’adrenalina ma nel nostro cottage siamo tutti svegli prima e questo ci permette di godere di un acquarello nel cielo. Io che appena posso vivo con il naso per aria a scrutar le nuvole non ne ho mai viste di così. Il cielo è tutto coperto ma di vari strati, piatti e limpidi e di ogni gradazione di azzurro, Sembra davvero un dipinto.

 

Ripartiamo, stavolta verso la penisola di Vatnsnes, altre tre ore da percorrere sulla N1. Una stazione di servizio dove arriviamo con soli venti chilometri di autonomia, che nella nostra realtà fatta di metropoli e benzinai sono moltissimi ma qui fanno sperare di non dover spingere due macchine appesantite da bagagli. Pieno, hamburger e nuovamente in marcia. Ritornano le pecore a far contorno a paesaggi nuovamente marini, bene mi sento più a mio agio, non sono donna da montagna.

Stanotte ci ospita una fattoria in mezzo al nulla, sette letti, un materasso per terra ed un unico bagno da dividere. La proprietaria nella mail inviata a Gabriele ci informava gentilmente che qualcuno è solito lavarsi la sera, altri al mattino, altri ancora a non farlo del tutto quindi a suo dire non avremmo avuto problemi di divisione servizi igienici. Per dimostrare quanto avesse regione nessuno di noi ne la sera, ne al mattino successivo ha fatto la doccia. Beh veramente io mezza sì, Lisa e Marina tutta. Ma questo non ha ritardato ne causato problemi di convivenza. Una pausa mi permette un servizio fotografico ad uno dei cavalli della fattoria che, forse abituato, si fa ritrarre volentieri.

Poco dopo il nostro arrivo, posate le valigie andiamo di corsa a scoprire la penisola, una strada sul mare la percorre tutta, il panorama ci fa fermare un paio di volte, all’improvviso scorgiamo in cielo un Aurora diurna. Possibile? Rientrati in Italia qualcuno ci informa potrebbe trattarsi di un arcobaleno intra-nube.  Non ha molta importanza cosa fosse, indiscutibilmente un’altra meraviglia regalataci in questo viaggio.

Torna il vento, si fatica ad aprire le portiere, Gabriele scardina la sua tanta è la potenza. Questo e la ruota difettosa non controllata al ritiro della macchina ci fanno temere problemi alla riconsegna. Cosa che per fortuna non avverrà.

Arriviamo alla meta per il tramonto, Hvítserkur, un grosso scoglio dalla forma di dinosauro. Noi ragazze abbiamo gli stivali per non bagnare i piedi con l’acqua del mare e non riusciamo a percorrere il ripido sentiero che scende in spiaggia. Lasciamo il passo ai nostri compagni e dall’alto riusciamo a riprendere anche la maestosità del fiordo nella luce della sera. Il mattino successivo, attrezzate di scarpe adatte scendiamo tutti insieme e fotografiamo la migliore alba dell’intera settimana. Il cielo riflette nella bassa marea i suoi indaco, viola e blu. Magnifico.

E’ l’ora di spostarci verso Grundarfjordur e il suo piccolo monte Kirkjufell, altre tre ore di viaggio, qui le pecore lasciano spazio a vedute di cavalli, diretti discendenti di quelli portati dai vichinghi. 

Una sosta al pub del paese mi fa pensare che la cameriera comprenda bene l’italiano, difatti non sorride alle nostre battute. Stanotte dormiremo in due mini appartamenti. Noi ragazze abbiamo Filippo a farci compagnia, che oltre ad essere autista della nostra macchina è anche dispensatore di importanti consigli fotografici.

Le acque della cascatella che passa alle pendici del Kirkjufell è ributtata indietro dal vento che è tornato a farci compagnia. Usciranno delle belle immagini al tramonto, purtroppo però fa caldo, la corrente del golfo ha portato insieme al vento anche una temperatura di tredici gradi e questo non è di buon auspicio per sperare di avere l’aurora sopra questa bella inquadratura.

Incontriamo sul nostro cammino nuovamente i due ragazzi italiani visti alla laguna glaciale, quelli ai quali invidiamo l’aurora alle nove di sera, per una sorta di giustizia divina loro hanno perso l’alba di fronte allo scoglio dinosauro. Chissà invece che fine hanno fatto i tre autostoppisti che abbiamo incontrato i primi due giorni di quest’avventura, l’ultima volta erano quasi al tramonto in un deserto di lava e neve. L’alba la prendiamo sulle scogliere di Arnarstapi, da qui si andrà lentamente a Keflavik. Un’ultima sosta rafforzerà mia ipotesi che le cameriere islandesi capiscono, e talvolta parlano, l’italiano.  

L’attraversamento di un tunnel sottomarino ci fa capire che siamo arrivati nella città. Nella penisola di Reykjanes, dopo l’incontro con i resti di una balena spiaggiata e una lunga e faticosa camminata su terra che pare si sia appena sollevata, appena dopo il tramonto arriviamo alla scogliera.

Al rientro andiamo a cena per la prima volta in un vero ristorante, dovevamo cambiarci per cena ma entriamo invece con l’aspetto abbastanza stremato per la fatica della marcia.

 

E’ finita la nostra avventura in quest’isola così vicina a quello che dev’esser stato l’origine del mondo. Usciranno spero buone foto, sicuramente rimarrà dentro di me, vorrei il più a lungo possibile, la serenità di questa terra e del suo cielo in continuo movimento.   

 

Oltre alla stima verso gli avventurosi compagni di viaggio.

 

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Commenti: 1
  • #1

    Anna (lunedì, 05 febbraio 2018 13:09)

    Che bello. Grazie! Leggerlo è stato un po' come esserci. Bella idea un blog